Le relazioni pericolose
E’ ormai il caso politico-editoriale del momento. Il primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, critica, incalza e pone domande urticanti al ministro dello Sviluppo economico e delle infrastrutture, il ministro di maggiore rilievo dopo il premier Mario Monti. Il ministro in questione si chiama Corrado Passera, e fino a poco più di un mese fa era il capo azienda di Intesa Sanpaolo, prima banca italiana e uno degli azionisti di peso che governano proprio il gruppo editoriale Rizzoli che pubblica il Corriere della Sera.

E’ ormai il caso politico-editoriale del momento. Il primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, critica, incalza e pone domande urticanti al ministro dello Sviluppo economico e delle infrastrutture, il ministro di maggiore rilievo dopo il premier Mario Monti. Il ministro in questione si chiama Corrado Passera, e fino a poco più di un mese fa era il capo azienda di Intesa Sanpaolo, prima banca italiana e uno degli azionisti di peso che governano proprio il gruppo editoriale Rizzoli che pubblica il Corriere della Sera.
Ieri l’ennesima puntata della serie di articoli abrasivi su Passera. Il quotidiano rizzoliano diretto da Ferruccio de Bortoli pubblica con evidenza un pezzo così richiamato in prima pagina: “Caro ministro, sia davvero super partes”. Il pezzo, pur scritto da due giornaliste note e apprezzate per il taglio da inchieste all’americana dei loro servizi tv su “Report”, ovvero Milena Gabanelli e Giovanna Boursier, più che svelare indiscrezioni e notizie pone domande non proprio accondiscendenti e incornicia frasi commentose come la seguente: “Le ombre e i sospetti uccidono e, in questo momento, la forma è anche sostanza”.
Le ombre e i sospetti sono quelli che Passera, secondo il Corriere, ha trascinato da Intesa al governo. Ovvero: le azioni ancora in possesso del ministro nella banca azionista di società che hanno relazioni e affari in corso con lo stato e con lo stesso ministero adesso capitanato da Passera (come la montezemoliana Ntv, Alitalia e altro ancora). Per non parlare dei rapporti economici con “un mondo (come quello dell’Opus Dei) che non brilla per trasparenza”, scrivono Gabanelli e Boursier sul Corriere della Sera. Si liberi subito, caro ministro, si legge sul quotidiano governato dai maggiori attori del capitalismo relazionale italiano, “di tutti quei vischiosi, possibili conflitti”. Le due giornaliste non ricordano quanto ha detto Passera domenica 18 dicembre alla trasmissione tv “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio: “A questo punto venderò le mie azioni in Intesa Sanpaolo anche se è una disgrazia”. “Il conflitto di interessi – aggiunse – non c’è, però capisco benissimo. Anche se ci sarebbero i meccanismi per rendere neutra questa cosa, le vendiamo”. La dichiarazione, evidentemente, non ha convinto del tutto il Corriere. Ma oggi Passera, secondo le indiscrezioni raccolte dal Foglio, risponderà punto per punto ai rilievi di Gabanelli e Boursier: dirà che ha già venduto le azioni di Intesa, come quelle possedute in altre società, e ha donato quelle detenute in attività filantropiche.
Le ombre e i sospetti sono quelli che Passera, secondo il Corriere, ha trascinato da Intesa al governo. Ovvero: le azioni ancora in possesso del ministro nella banca azionista di società che hanno relazioni e affari in corso con lo stato e con lo stesso ministero adesso capitanato da Passera (come la montezemoliana Ntv, Alitalia e altro ancora). Per non parlare dei rapporti economici con “un mondo (come quello dell’Opus Dei) che non brilla per trasparenza”, scrivono Gabanelli e Boursier sul Corriere della Sera. Si liberi subito, caro ministro, si legge sul quotidiano governato dai maggiori attori del capitalismo relazionale italiano, “di tutti quei vischiosi, possibili conflitti”. Le due giornaliste non ricordano quanto ha detto Passera domenica 18 dicembre alla trasmissione tv “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio: “A questo punto venderò le mie azioni in Intesa Sanpaolo anche se è una disgrazia”. “Il conflitto di interessi – aggiunse – non c’è, però capisco benissimo. Anche se ci sarebbero i meccanismi per rendere neutra questa cosa, le vendiamo”. La dichiarazione, evidentemente, non ha convinto del tutto il Corriere. Ma oggi Passera, secondo le indiscrezioni raccolte dal Foglio, risponderà punto per punto ai rilievi di Gabanelli e Boursier: dirà che ha già venduto le azioni di Intesa, come quelle possedute in altre società, e ha donato quelle detenute in attività filantropiche.
Sarà soddisfatto de Bortoli? C’è chi ne dubita, visto i tempi e i modi con cui il Corriere ha incalzato Passera. Prima un commento-analisi dell’editorialista Massimo Mucchetti che elencava tutti i potenziali conflitti di interessi dell’ex banchiere neo ministro, poi i pezzi dell’inviato speciale di economia Sergio Rizzo che evidenziava gli intrecci di potere e la scarsa trasparenza dei ministri su cariche, relazioni ed emolumenti ricevuti, infine un corsivo anonimo pubblicato a ridosso delle nomine dei viceministri. Nel corsivo si sconsigliava apertamente l’arrivo al ministero dello Sviluppo e delle infrastrutture di Mario Ciaccia. Un nome che ai più dice poco, ma che invece per il passato, il presente e forse per il futuro di Passera dice molto, visto che è considerato l’uomo su cui l’ex banchiere di Intesa può contare per una rete di relazioni nei palazzi romani.
Nato a Roma nel ’47, magistrato della Corte dei conti, poi capo di gabinetto vicario al ministero delle Poste, quindi alla presidenza del Consiglio e anche capo di gabinetto ai Beni culturali con l’ex ministro berlusconiano Giuliano Urbani, che gli affidò la strategica società Arcus. Nel 2002 diventa a sorpresa bancario: con i favori di Passera si trasforma in amministratore e direttore generale della controllata di Intesa, Biis (Banca infrastrutture innovazione e sviluppo), la società con cui Intesa entra nel settore delle grandi opere (Brebemi, Pedemontana) e nel project financing. Proprio per questi altri potenziali conflitti di interessi, nel corsivo anonimo il Corriere biasimava l’eventuale nomina di Ciaccia. Ma il giorno dopo, per volontà di Passera, Ciaccia è nominato viceministro allo Sviluppo e alle infrastrutture.
La trasversalità politica e i rapporti poliedrici di potere di Ciaccia sono attestati dalle dichiarazioni di ieri di Roberto Castelli, leghista ed ex viceministro delle Infrastrutture nel governo Berlusconi: “Ho lavorato a lungo con Ciaccia in questi anni, non mi stupisco che stia facendo bene come viceministro – ha detto Castelli in un’intervista al quotidiano MF/Milano Finanza diretto da Osvaldo de Paolini – Ciaccia conosce a menadito il mondo delle infrastrutture perché fino a ieri sera era dall’altra parte della barricata”. E poi, sibillino: “Il famoso conflitto di interessi evocato per Passera e Ciaccia in questo caso gioca a favore: con tutti i soldi che sono stati spesi da Intesa Sanpaolo sono convinto che il prestito alla Brebemi non si bloccherà”.
Nasce da qui, da questi intrecci, l’offensiva del quotidiano diretto da de Bortoli? La risposta deve considerare almeno quattro aspetti, secondo gli osservatori sentiti dal Foglio. Il primo è di natura editoriale. Il premier Monti è stato per il Corriere più di un semplice editorialista di prestigio, come può essere l’ambasciatore Sergio Romano. Monti, per certi versi, incarna l’ispirazione ideale e il ruolo “politico” del giornale della borghesia milanese. Da qui l’esigenza avvertita dal direttore del Corriere, si vocifera in via Solferino, di evitare di far apparire il Corriere come l’organo del governo Monti.
Una corretta strategia editoriale, finanche di marketing, consiglia di non appiattirsi sulle posizioni dell’esecutivo in una fase di recessione in cui cittadini e imprese soffrono e il governo di turno difficilmente può avere una popolarità sfolgorante. In più è preferibile non essere troppo istituzionali e governativi rispetto ad altri giornali concorrenti e più sbarazzini.
Una corretta strategia editoriale, finanche di marketing, consiglia di non appiattirsi sulle posizioni dell’esecutivo in una fase di recessione in cui cittadini e imprese soffrono e il governo di turno difficilmente può avere una popolarità sfolgorante. In più è preferibile non essere troppo istituzionali e governativi rispetto ad altri giornali concorrenti e più sbarazzini.
Ci sono poi altri due aspetti che più risentono della personalità del direttore. Il primo, dicono alcuni insider del Corriere, è la risaputa, scarsa sintonia fra Passera e de Bortoli. A differenza del rapporto di stima tra l’ex banchiere e l’ex direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta. C’è chi ricorda ancora i ripetuti interventi pensosi su temi di politica economica di Passera pubblicati dal Sole riottiano. Interventi ai quali contribuiva la mente e la mano di Stefano Firpo, economista, già alla Bce e poi alla sezione di Banca Intesa detta “Unità sui progetti speciali”, che adesso è diventato il capo della segreteria tecnica del ministero di Passera. Esempio e fulcro del rapporto poco fluido tra de Bortoli e Passera sono stati i due pezzi, usciti a fine agosto 2010, scritti dal cronista economico Mario Gerevini in cui si svelavano gli intrecci finanziari tra il gruppo Intesa e alcune società alberghiere possedute dai fratelli Passera. I pezzi suscitarono una piccata risposta del banchiere.
Secondo aspetto personale. De Bortoli considera Giovanni Bazoli una figura di banchiere-pensatore di riferimento. Entrambi, Bazoli e Passera, possono essere considerati banchieri di sistema, ai quali sta a cuore certo il profitto della banca ma anche lo sviluppo dell’economia italiana. Quindi, se necessario, la banca deve partecipare ad operazioni di sistema consigliate o partecipate dallo stato. A incrinare il rapporto fra i due è stata la repentina e imprevista uscita di Passera da Intesa che ha spiazzato e anche irritato il riferimento del cattolicesimo democratico fatto banchiere, ovvero Bazoli. Con una crisi economica e con banche già in tensione, trovare in poche ore un capo azienda di un istituto come Intesa non è stato agevole. A tal punto che il presidente di Intesa ha dovuto subire un’onta: il rifiuto di due manager esterni, come Andrea Guerra di Luxottica e di Vittorio Colao. “I malumori di Bazoli si sono riversati su de Bortoli”, dice un giornalista di lungo corso della Rizzoli che chiede l’anonimato. Non è però un’interpretazione univocamente condivisa. Infatti un’altra versione accredita l’ipotesi di una soddisfazione di fondo per l’uscita di Passera, che nel frattempo era diventato ingombrante per azionisti e numi tutelari di Intesa; un fenomeno simile a quello creato da Profumo in Unicredit.
Secondo aspetto personale. De Bortoli considera Giovanni Bazoli una figura di banchiere-pensatore di riferimento. Entrambi, Bazoli e Passera, possono essere considerati banchieri di sistema, ai quali sta a cuore certo il profitto della banca ma anche lo sviluppo dell’economia italiana. Quindi, se necessario, la banca deve partecipare ad operazioni di sistema consigliate o partecipate dallo stato. A incrinare il rapporto fra i due è stata la repentina e imprevista uscita di Passera da Intesa che ha spiazzato e anche irritato il riferimento del cattolicesimo democratico fatto banchiere, ovvero Bazoli. Con una crisi economica e con banche già in tensione, trovare in poche ore un capo azienda di un istituto come Intesa non è stato agevole. A tal punto che il presidente di Intesa ha dovuto subire un’onta: il rifiuto di due manager esterni, come Andrea Guerra di Luxottica e di Vittorio Colao. “I malumori di Bazoli si sono riversati su de Bortoli”, dice un giornalista di lungo corso della Rizzoli che chiede l’anonimato. Non è però un’interpretazione univocamente condivisa. Infatti un’altra versione accredita l’ipotesi di una soddisfazione di fondo per l’uscita di Passera, che nel frattempo era diventato ingombrante per azionisti e numi tutelari di Intesa; un fenomeno simile a quello creato da Profumo in Unicredit.
C’è poi un quarto aspetto da valutare per analizzare le scelte del Corriere: il sospetto, che si fa balenare nel pezzo di ieri, di un potenziale conflitto di interessi che si va facendo politica. Passera – si mormora in via Solferino – si sta costruendo a partire da Ciaccia un sistema di potere per cui potrà essere indifferentemente un potenziale candidato premier di qualsiasi schieramento, di centrodestra, di centro o di centrosinistra. E questo, pare, anche per un quotidiano considerato mallevadore del governo Monti non è opportuno.
Infine ci sono spiegazioni più contingenti ma che possono sfiorare la dietrologia. C’è il timore degli ambienti bazoliani che un asse torinese composto da Fiat, Passera e magari Montezemolo possa incidere nella galassia Rcs. C’è l’insoddisfazione per l’esito della vicenda Edison, destinata ai francesi con l’avallo di Passera, che però ha fatto sorgere una pesante minusvalenza per la Tassara del bazoliano Romain Zaleski, come segnalato due giorni fa dal Foglio. E c’è l’incognita di una sponda con Passera degli scalpitanti e scontenti Benetton in Rcs; sponda che è emersa ieri indirettamente dal via libera all’aumento delle tariffe autostradali, settore di riferimento dei Benetton azionisti di Autostrade per l’Italia. Come si vede le partite di potere non mancano e i poteri forti che cingono e governano il Corriere sono in azione, tra capitalismo e giornalismo di relazione.